giovedì 20 settembre 2012

E' stato il figlio


Ecco finalmente un film originale, sicuramente diverso da tutti quelli che ho visto direi negli ultimi anni. Dà  soddisfazione  poter  fare questa constatazione. Tra tutte le polemiche di questi giorni sui film in concorso a Venezia, Bellocchio si, Pietà no, a mio parere E’ stato il figlio esce vincitore.

Il racconto ha una cornice: in attesa all’ufficio postale un uomo dallo sguardo alla Forrest Gump inizia a raccontare agli spettatori la storia della famiglia Ciraulo, Nicola e Loredana con i figli Tancredi e Serenella, il nonno e la nonna. Sopravvivono in uno squallidissimo quartiere proletario di Palermo e sbarcano il lunario giorno dopo giorno senza alcuna prospettiva. Chi è il misterioso narratore verrà svelato solo alla fine.
Siamo negli anni settanta-ottanta. Un giorno Serenella viene uccisa per errore in un regolamento di conti. La morte della bambina è una tragedia ma solo per pochi istanti. Si fa strada infatti la possibilità di ottenere un risarcimento come vittime di mafia (anche se di mafia non si tratta). Ai Ciraulo non sembra vero di poter finalmente fare i signori e perdono letteralmente la testa. Ancora prima di aver incassato il risarcimento cominciano a farsi fare credito nelle botteghe del circondario, e devono ben presto affidarsi ad un improbabile strozzino per ripagare i debiti contratti. Quando finalmente il risarcimento arriva Nicola non resiste e spende tutto per comprarsi… una Mercedes! status symbol per eccellenza di quel periodo. Sarà l’inizio della fine.

Meraviglioso, splendido Toni Servillo nel ruolo di Nicola. Prendete Alex Drastico (ve lo ricordate? il poliziotto siciliano di Antonio Albanese) e aggiungeteci una buona dose di surrealismo. Occhiali a televisore, barba sfatta, canottiera lurida e siciliano stretto. Anche solo la sua camminata è indimenticabile. Quando arrivano “i picciuli” e può comprare la Mercedes che lo farà diventare il signore del quartiere assume un’espressione beatamente ebete, perde completamente il senso della misura, esibisce macchina e famiglia e non manca di farla benedire dal prete. Ovviamente lucida la macchina in continuazione e la tratta meglio della figlia che ha perso.
Molto brava anche la moglie Giselda Volodi. Le inquadrature da vicino fanno apparire ancora più brutto e caricaturale il suo volto allungato ed il nasone. C’è poi Fabrizio Falco premiato a Venezia con il Premio Mastroianni, già visto in Bella Addormentata (ma vi siete accorti che anche Piergiorgio Bellocchio faceva parte del cast di questo film? Era il signore che ascoltava il racconto del narratore alla posta, seduto alle sue spalle). E infine grandiosa anche la nonna che nel finale assume saldamente le redini della situazione, ordina e dispone in modo che tutto si risolva nel modo più conveniente per la famiglia.
I dialoghi sono tutti in siciliano, sottotitolati dove meno comprensibili, anche se tutto sommato non ce ne sarebbe stato bisogno, basta aver letto un po’ di Camilleri.
Un ultimo plauso alla colonna sonora che fa da cornice perfetta alla vicenda. "Impossibile.... come scrivere col gesso sulle nuvole...."

Il film è ambientato a Palermo ma è stato girato quasi interamente a Brindisi, ed è tratto dal tomanzo omonimo di Roberto Alajmo.

C’è sicuramente il ricordo dei  personaggi che Daniele Ciprì aveva creato assieme a Franco Maresco in Cinico TV, figure folli e squallide in una Sicilia desolata. In più il regista ha saputo rappresentare con surreale neorealismo uno dei vizi più odiosi della nostra epoca, la corsa al lusso e il ricorso al credito fino alla trappola dell’usura. 


E’ stato il figlio di Daniele Ciprì, Italia Francia 2011
Con Toni Servillo, GIselda Volodi, Fabrizio Falco, Aurora Quattrocchi
Durata 90’

giovedì 13 settembre 2012

Bella Addormentata


A me questo film è piaciuto abbastanza. Lo dico subito perché ho letto tante critiche molto entusiaste e altre drasticamente contrarie, e quando sono andata a vederlo ero molto condizionata.  La mia opinione non è così definitiva, ci sto pensando e intanto riporto qui le mie impressioni che vorrei ancora elaborare e discutere su questo sito o a voce o in qualsiasi altro luogo fisico o virtuale.

Anzitutto, come molti già sanno, il film non è su Eluana ma ruota attorno alla sua storia,  e ci presenta quattro vicende che si intrecciano tra di loro aventi come tema la vita e il fine vita. O meglio, riprendendo  un commento che mi è piaciuto molto, quattro modi di reagire al dolore, il sacrificio fatto per qualcun altro.

La storia che più mi è piaciuta è quella di Uliano Beffardi (fantastico nome!) senatore del PDL colto da crisi di coscienza alla vigilia del voto sull’interruzione dell’alimentazione forzata. Per non votare una legge che va contro la sua coscienza il senatore è pronto a dare le dimissioni, mentre i suoi compagni di partito, grotteschi rappresentanti  della nostra classe politica, lo esortano chi ad assumere antidepressivi chi a darsi malato, facendogli notare che in caso di dimissioni avrebbe perso il diritto alla pensione da parlamentare. Adoro Toni Servillo che ho trovato anche in questa occasione di un’intensità ed una bravura indiscutibili, oltre al fatto che in mezzo alla spazzatura politica il ruolo di chi non ci sta e preferisce salvaguardare la propria integrità morale non può che essere rassicurante.
C’è poi la vicenda parallela della figlia del senatore, Maria, attivista cattolica  che va a manifestare fuori dalla clinica dov’è ricoverata Eluana e si innamora di un ragazzo che invece sta dall’altra parte della barricata. Alba Rohrwacher che interpreta la figlia del senatore è forse sempre uguale a se stessa, mi piacerebbe vederla un giorno interpretare un ruolo un po’ diverso.
La vicenda della tossica Maya Sansa che tenta due volte il suicidio e viene due volte  salvata dal medico (Piergiorgio Bellocchio) è invece quella che mi ha convinta meno. L’ho trovata un po’ superficiale e irrisolta, si sarebbe potuta approfondire di più.
Infine c’è la discussa vicenda dell’attrice (Isabelle Huppert) che vive in casa con la figlia in stato di coma vegetativo. Ha abbandonato la sua carriera e il resto della sua famiglia per dedicarsi  anima e corpo alla preghiera e al pentimento nella speranza del miracolo. Molti hanno criticato in particolare questo episodio e il fatto che la figlia sia interpretata da una bellissima modella, scelta giudicata poco verosimile e offensiva. A mio parere non si tratta di una svista né di una leggerezza. In una casa che sembra un castello incantato sempre piena di fiori freschi, con una madre sempre impeccabile che recita il rosario su e giù per il corridoio con i tacchi alti dalla mattina alla sera a capo di una squadra di suore , in un mondo così finto e artefatto mi sembra coerente che anche la fanciulla non abbia mai un capello fuori posto. L’episodio infatti rappresenta a mio parere la fede come eccesso, il sacrificio come egoismo.

Il film non ha vinto alcun premio al festival del cinema di Venezia e ciò ha scatenato le reazioni dei suoi sostenitori più entusiasti.  Non avendo visto le altre pellicole in concorso non mi è possibile fare dei paragoni, ma certamente è vero che il film di Bellocchio è molto italiano, nel senso che contiene tanti riferimenti alla nostra realtà particolare che potrebbero risultare incomprensibili ad un pubblico digiuno dei fatti di casa nostra. Non ho dubbi sul fatto che prossimamente Bellocchio e il suo film verranno premiati con qualche David di Donatello o Nastro D’Argento. 
Per quanto riguarda il paragone con un altro film che ha come tema centrale quello dell’eutanasia, il bellissimo Il Mare Dentro di Alejandro Amenabar, credo che non sia utile stabilire quale delle due sia la pellicola migliore, perché si tratta semplicemente di due prodotti diversi per stile, approccio, messaggio. 
Credo anch’io che Bellocchio sia stato più incisivo in altre occasioni come  ad esempio nell’Ora di Religione, mentre in questa sua ultima fatica sembra quasi che non abbia il coraggio di prendere una posizione decisa causando quindi lo scontento di una parte del pubblico.

Il senso del film non credo sia stabilire qual'è la decisione giusta da prendere in certi casi delicatissimi.   E’ fondamentale però tenere vivo il dibattito  su questo argomento che dopo le discussioni accese  di quattro anni fa è un po’ caduto nel dimenticatoio. Ognuno dovrebbe essere libero di scegliere se riempirsi la casa di rose.

Bella Addormentata, di Marco Bellocchio, Italia Francia 2012,
Con Toni Servillo, Alba Rohrwacher, Piergiorgo Bellocchio, Maja Sansa, Isabelle Huppert, Michele Riondino
Durata 115'

giovedì 6 settembre 2012

I libri dei coniugi Pease


Mumble mumble… vi consiglio questo libro o no? Ho questo dubbio perché è una pubblicazione di quelle che avrei snobbato in libreria o peggio al supermercato, sapete quei titoli  “10 regole per essere felici…” orrore! Ma visto che mi è stato suggerito da una persona di fiducia… mi sono fidata. E devo dire che mi sono divertita molto!

I coniugi australiani Barbara e Allan Pease sono due psicoterapeuti ed esperti in comunicazione che hanno pubblicato una serie libri sulle relazioni di coppia. Hanno cercato di analizzare i meccanismi che regolano i rapporti tra uomini e donne partendo da situazioni reali molto tipiche e lavorando su basi scientifiche come le differenze fisiologiche tra maschi e femmine, le mutazioni antropologiche e l’evoluzione dei ruoli e dei comportamenti avvenute nel corso degli anni. Le loro considerazioni partono quindi da un fondamento empirico, e questo secondo me dà credibilità alla loro ricerca.
Non è affatto un libro banale, anche se le tesi vengono presentate con uno stile molto ironico e spesso pungente. Detto tra noi, secondo me Barbara ha rubato qualche pagina al marito perché più di una volta ho avuto l’impressione che il punto di vista prevalente fosse quello femminile, come quando scrive “Se l’automobile emette un rumore strano, lui aprirà sempre il cofano per dare un’occhiata, malgrado non abbia la minima idea di dove cercare. Spera sempre di vedere qualcosa di ovvio, come un armadillo gigante che gli rosicchia il carburatore”. Ma chissà, magari mi sbaglio e un lettore uomo può aver avuto l’impressione contraria!

Comunque, su certe cose siamo tutti d’accordo: sappiamo che le donne riescono a fare più cose contemporaneamente mentre gli uomini no, ma sapevamo anche che questo dipende dal fatto che il cervello è diviso in più aree e in quello delle donne c’è un maggior numero di  connessioni tra uno scomparto e l’altro? Oppure sapevamo che nel cervello delle donne l’area riservata al linguaggio è più ampia che in quello degli uomini e quindi noi parliamo e parliamo e parliamo mentre loro non sentono il bisogno di raccontarci niente? 
 Ogni volta che ascolto qualche spettacolo di cabaret mi rendo conto che gli uomini e donne si accusano a vicenda sempre delle le stesse cose. Recentemente poi mi è capitato di ascoltare una conversazione tra due mariti che si lamentavano delle loro mogli . Li ho ascoltati intenzionalmente perché ero curiosa di sentire la versione maschile di considerazioni che ho sentito fare tantissime volte dalle donne. Anzi, non ho dubbi sul fatto che probabilmente le rispettive fossero da qualche parte a lamentarsi di loro. Ma che tristezza, ho pensato, siamo proprio tutti uguali e ci lasciamo ingrigire le giornate da queste comuni piccolezze.

Ecco, diciamo che questo volume è un piccolo libretto di istruzioni. Se impariamo a conoscere come sono costruiti e a cosa servono gli ingranaggi  dovremmo essere in grado di far funzionare l’apparecchio.  Detto in altri termini, accettando le differenze semplicemente come tali e mettendo in atto delle piccole strategie dovremmo riuscire a convivere armoniosamente e usare le energie recuperate per attività più piacevoli e fruttuose. Teoricamente.

mercoledì 29 agosto 2012

Albert Nobbs e Viola di Mare


Si sa, Glenn Close è brava. Molto brava. La sua interpretazione in Albert Nobbs è davvero degna di nota. Non solo per l’arte con cui si cala nei panni di un uomo, ma anche perché con una grandissima espressività riesce a rendere il suo personaggio goffo, impacciato, rigido, disabituato a mostrare le sue emozioni ed anche un po’ bruttino. Per il resto il film non mi ha emozionata, nonostante la costruzione dei personaggi e la scenografia siano molto curate.  L’ho trovato forse un po’ meccanico, un esercizio di stile soprattutto da parte della protagonista che però non ha lasciato il segno.

 Ambientato in una Dublino dal sapore dickensiano seguiamo le vicende di Albert  che lavora come maggiordomo da una duchessa e mette da parte penny su penny  per aprire una tabaccheria. Albert in realtà è una donna costretta a travestirsi da uomo per avere un lavoro di un certo livello. E’ segretamente innamorata della cameriera Helen ma non osa pensare di poterla conquistare, finché un giorno scopre che non è l'unica ad avere questo inconfessabile segreto  e che forse i suoi sogni si possono realizzare. Dublino è fredda e inospitale se non si appartiene alla classe sociale giusta, e chi è diverso non è socialmente accettabile.

 Guardando Albert Nobbs ho ripensato ad  un altro film che invece mi aveva colpita al cuore, Viola di Mare. Film italiano ambientato in una Sicilia di fine 800 in cui due donne si amano ma per poter vivere assieme ed essere accettate in paese devono ricorrere ad uno stratagemma: Angela  si taglia i capelli, si veste da uomo e diventa Angelo. Tutti sanno che è una messinscena ma fingono di non vedere. L’apparenza è salva e le due possono vivere assieme. E poi la storia continua, non vi dirò come.
Film davvero intenso e commovente che mi è rimasto nel cuore. Mentre scorrevano i titoli di coda pensavo che l’amore non ha sesso e non può essere sbagliato.

Storie diverse, stesso travestimento. Entrambi i film toccano il tema della situazione femminile nell’800 ed entrambe le protagoniste per poter sopravvivere sono costrette a nascondere la propria femminilità facendo finta di essere uomini.
Se volete ammirare una Glenn Close magistrale e godervi un film ben costruito guardate Albert Nobbs. Se preferite emozionarvi vi consiglio Viola di Mare. L’importante è che si metta in moto il pensiero. Io sono del parere che alla fine il pregiudizio rende schiavi più quelli che lo praticano che quelli che lo subiscono. E "sempre l'ignoranza fa paura ed il silenzio è uguale a morte..."
Piccola nota interessante: il regista di Albert Nobbs è Rodolfo Garcia, figlio del premio Nobel Garcia Marquez, al suo esordio dietro la cinepresa.

Albert Nobbs, di Rodrigo Garcia, Gran Bretagna Irlanda, 2011
Con Glennn Close, Mia Wasikowska
Durata 113' 

Viola di Mare, di Donatella Maiorca,Italia 2009,
Con Isabella Ragonese e Valeria Solarino
Durata 105'


martedì 14 agosto 2012

Paolo Rumiz, La Cotogna di Istanbul


Questa notte mi ha rapita un libro. E' tardi e dovrei dormire. Ma come posso dormire adesso?
L’ho preso in prestito in biblioteca ma è talmente magico che me ne devo procurare  una copia personale per poterlo rileggere ogni tanto.

Dove si trovano certe parole che sembrano immagini, che fanno sentire i profumi e vedere i colori? Come si fa a scrivere un racconto poema con un ritmo che sembra un fiume lento, in cui basta immergersi  e lasciarsi portare dalla corrente?  “Una storia d’amore e di morte, storia bosniaca di sangue e di miele”, la storia dell’ingegnere viennese Max von Altenberg e della bosniaca Masa Dizdarevic, e di una svedalinka, una canzone d’amore che parla della mela cotogna di Istanbul e che contiene il loro destino.

Ma conoscevo già questa storia, perché Paolo Rumiz  era venuto a leggerla qui a Trieste accompagnato dalle musiche di Alfredo Lacosegliaz, nella notte più fredda dello scorso inverno, quando soffiava una Bora che non avevo mai sentito così forte. I miei amici ed io avevamo già preso il biglietto ed avevamo troppa voglia di ascoltarlo, così visto che anche uscire in macchina ci intimoriva abbiamo preso un taxi che ci ha raccolti uno alla volta e portati a teatro, mentre le strade fuori avevano un aspetto apocalittico, si vedevano passare solo le sirene dei pompieri ed un camion si era rovesciato per il vento sulle rive. E mentre eravamo a teatro fuori la Bora sibilava fortissima e si sentivano degli schianti abbastanza inquietanti, ma la lettura era così coinvolgente e la storia così intensa e le musiche così ipnotiche che tutti siamo stati contenti di aver sfidato il vento per ascoltarla.

Leggetela! E’ una storia struggente e palpitante, dolce e terribile, raccontata in modo meraviglioso. Ed è una storia che trae spunto da una vicenda realmente accaduta all’autore. Mi fa venire voglia di partire e di andare a scoprire quei luoghi così vicini e così lontani.


venerdì 10 agosto 2012

Domenico Starnone, Spavento


Che posso dire di questo libro, mi è piaciuto? Qualcosa mi ha attratto al punto che l’ho letto in due giorni, mentre contemporaneamente provavo un senso di repulsione.

Pietro Tosca, uno sceneggiatore quasi settantenne,  scopre i sintomi di una malattia potenzialmente grave e fa di tutto per evitare le analisi per paura di una diagnosi negativa. All’improvviso  lo scrittore che ci sta raccontando la storia di Pietro si ammala a sua volta e viene ricoverato all’ospedale per accertamenti.
Nel corso di tutto il romanzo i due livelli di narrazione si alternano, la storia del personaggio e quella dell’autore si influenzano e si modificano a vicenda  in un continuo gioco di specchi. Ho trovato molto originale questo espediente narrativo, la storia dello scrittore scivola quasi senza che ce ne accorgiamo nella storia di Pietro per poi riemergere anche nello stesso paragrafo e riportarci di nuovo alle riflessioni dell’autore.

La vicenda dello scrittore che trascorre qualche settimana all’ospedale senza riuscire a farsi dire dai medici qual è la probabile diagnosi mi ha ricordato molto Nanni Moretti che in un capitolo di Caro Diario si sottopone a svariate visite specialistiche ricevendo ogni volta una risposta diversa e di conseguenza una diversa cura.

Spavento  è il titolo del romanzo e questo sentimento permea ogni sua pagina. I due protagonisti si spaventano all’idea di essere malati, il primo reagisce con un infantile tentativo di fuga abbandonandosi ai vizi di un tempo correlati da pensieri ed un linguaggio spesso volgari (da qui il senso di repulsione di cui parlavo all’inizio).  Anche per il narratore la paura della morte si traduce in angoscia che lo trascina in una spirale di riflessioni ipocondriache che a loro volta accentuano i sintomi psicosomatici e gli impediscono di continuare il suo lavoro di scrittura.

Un romanzo spaventoso, nel senso che tocca un punto debole credo della maggior parte di noi che viviamo in una società dove tutto tende ad essere sempre più sicuro e sterilizzato e dove di conseguenza l’idea della morte, soprattutto se causata da una malattia degradante, è una delle cose che, appunto, ci spaventano di più.



giovedì 2 agosto 2012

Il Dottor Djembè


Parliamo un po’ di radio, argomento che su questo blog occupa ancora troppo poco spazio. Continuo a pensare che si vive molto meglio senza la televisione, e quando ascolto il Dottor Djembè ne ho la conferma.

In onda sabato e domenica alle 13, attualmente in replica gli stessi giorni ma alle 19, ovviamente sempre su Radio 3. In alternativa è disponibile sul podcast. In studio David Riondino accompagnato da Stefano Bollani. Splendida conferma il primo, splendida scoperta il secondo. Ogni volta un ospite in studio, di solito nomi del mondo dello spettacolo sconosciuti al grande pubblico. Grazie a Djembè ho conosciuto Beppe Gambetta e Chiara Civello, ed ho scoperto che Daniele Silvestri e Piero Pelù hanno una vena comica ai più sconosciuta.

I tormentoni di ogni puntata nel corso degli anni sono cambiati o si sono evoluti. Il Beccaccino Culturale, inizialmente parodia della Caccia al Libro di Fahrenheit, in cui un improbabile camionista Lapo telefonava nascondendo la sua vera professione per mettere a disposizione del pubblico volumi rarissimi, ma veniva ogni volta scoperto, è diventato ora un collegamento telefonico con Occupy  Bora Bora da dove lo stesso Lapo si fa portavoce di un difficile esperimento di democrazia partecipata.
O ancora la classifica dei dischi più venduti della settimana tra i quali compare sempre qualche brano di Duccio Vernacoli,  traduttore verso il dialetto toscano delle canzoni più note.
Le schede biografiche degli ospiti in studio redatte da Libero Radichelli ed il Lettino del Dottor Djembè sul quale ogni volta viene psicanalizzata una canzone.

Insomma…far ridere alla radio è molto più difficile che far ridere in televisione, ma quando riesce bene ogni paragone diventa inutile. Il Dottor Djembè, via dal solito tam tam, (come recita il titolo completo) sono divagazioni musicali, giochi di parole, divertissment e humor sottile e intelligente che vi consiglio di non perdere!